STORIA (VERA) DI ANGELA L. QUANDO IL GIUDICE TI RUBA LA FIGLIA

Angela_L

È ANGOSCIANTE per tutti, e quasi insostenibile per chi ha figli piccoli, leggere la storia di Angela L. Prima di tutto perché è una storia vera, ma a questo potremmo in qualche cinico modo essere abituati: ammesso che ci si possa abituare a leggere di bambini rapiti, abusati, uccisi, schiavizzati. In tutti questi casi, però, i bambini sono vittime dei Cattivi.  Di quel Male dal quale cerchiamo di proteggerli ma che a volte non si può evitare. Angela L., invece, è stata vittima dei Buoni, di coloro che dovevano aiutarla: magistrati, psicologi, “esperti” impegnati nella battaglia contro il grande mostro di fine secolo, la Pedofilia. Angela, insieme ai giornalisti Caterina Guarneri e Maurizio Tortorella, racconta il suo calvario in “Rapita dalla giustizia” (Rizzoli, 207 pp., 18,50 euro, da oggi in libreria).

Tutto comincia a Masate, nel Milanese, il 24 novembre 1995. Per lei, che frequenta la prima elementare, è un giorno come tutti gli altri: la sveglia, la colazione, il grembiule sotto il cappottino, la corsa a scuola con i genitori. Un bacio, l’appuntamento all’uscita. Ma Angela non tornerà a casa, quel giorno, e non vedrà più i genitori per i successivi dieci anni. I carabinieri l’hanno prelevata direttamente in classe perché suo padre è sospettato di abusare di lei. Lo accusa una cugina, che ha denunciato di essere stata violentata dal fratello, chiamando poi in causa, con continue accuse e ritrattazioni,altri parenti.  Per Angela cominciano le interviste/interrogatori con gli psicologi, gli anni in case di accoglienza (costo: 4 milioni al mese, il cui conto verrà mandato ai genitori), compresa una di Genova, quindi viene data in affido a una famiglia del Varesotto. Dopo molti colloqui, il suo disegno di un fantasma a cui viene dato il nome “Pisello” diventa la prova che gli inquirenti cercavano. Il padre Salvatore, nel frattempo, è stato arrestato e portato a San Vittore. La moglie Raffaella e l’altro figlio, Francesco, lo difendono strenuamente. Ma a loro nessuno crede.