A modificarsi nel tempo è stato il ceto medio, al quale sono state diminuite progressivamente tutele e garanzie, trasformando così il ‘povero’ da ben visibile, a ben nascosto. Il ‘nuovo povero’, infatti, è dentro la società, ne fa parte, ma deve ancora rendersene conto. In poche parole non sa di esserlo, ma lo è. Perché questo? Per lo spostamento della soglia riconosciuta di povertà che ha portato un impoverimento progressivo di larghe fasce della popolazione che non si sono accorte di esserne entrate a far parte.
L’impoverimento dunque non considera solo le entrate economiche di ogni famiglia, ma anche la maggiore difficoltà di usufruire dei diritti fondamentali che prima il sistema – paese riusciva a garantire, salute e istruzione in primis. Oggi essere poveri significa sentirsi negati il diritto al lavoro, alla famiglia, all’abitazione, alla giustizia, all’educazione, alla salute. In quattro anni i poveri sono aumentati del 13,8%, con il picco del Mezzogiorno con il 74%.
L’Italia, dunque, è sempre più povera, perché sempre di più sono le categorie che entrano a far parte delle fasce di povertà. Si stima che i milioni di italiani in condizioni di povertà nel 2010 siano 8,3, pari praticamente al 13,8% della popolazione. Ad avere la peggio i giovani senza lavoro che stanno prosciugando i risparmi dei loro genitori, i separati (soprattutto i padri), chi ha perso il lavoro e ha un mutuo da pagare e chi pur avendo casa e lavoro, con una famiglia a carico, non riesce a sbarcare il lunario.
Secondo i dati Istat 2011, così come riportati dal Rapporto, il 2010 ha registrato solo un piccolo incremento nel numero di famiglie in condizioni di povertà: si è passati da 2,657 milioni (10,8%) a 2,734 milioni (11%). Nel 2010 la povertà relativa è aumentata, rispetto all’anno precedente, tra le famiglie di 5 o più componenti dal 24,9 al 29,9%, tra le famiglie con un solo genitore dall’11,8 al 14,1%, tra i nuclei residenti nel Mezzogiorno con tre o più figli minori dal 36,7 al 47,3% e tra le famiglie di ritirati dal lavoro in cui almeno un componente non ha mai lavorato e non cerca lavoro dal 13,7 al 17,1%.
E non solo, la povertà è arrivata ed aumentata anche tra le famiglie che hanno come persona di riferimento un lavoratore autonomo (dal 6,2 al 7,8%) o con un titolo di studio medio-alto (dal 4,8 al 5,6%). I disagi maggiori li subiscono i giovani che non riescono a trovare lavoro, vivendo perennemente nella precarietà che diventa successivamente anche personale. Non è quindi poi così difficile ritrovarsi velocemente in una situazione di povertà, anche estrema: ad entrare nella trappola coloro che perdendo il lavoro non hanno vicino l’àncora di salvataggio, la famiglia. Come quei padri che hanno perso il lavoro e non vivono in casa dopo una separazione. Oltre al problema anziani ridotti al limite della sussistenza, quindi, si aggiungono i giovani, incanalati in un tunnel che sembra ormai statico, senza ombra di dinamicità.
Non è con i tagli che tutti questi numeri possono essere spazzati via, l’unica soluzione è unire le forze e ragionare sulle misure da mettere in atto per combattere la crisi nel minor tempo possibile.
Mariangela Deliso









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