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Nel nostro Paese (l’ex bel paese, lo dico con dolore ma credo che purtroppo sia così), sta prendendo sempre più campo una Non professione, quella dei nuovi poveri. Non professione perché dà un Non guadagno, perché favorisce un’esistenza Non dignitosa, perché contribuisce a sviluppare la Non volontà di affrontare il domani distribuendo una copiosa dose di Non serenità per il presente |
Sono più di 11 milioni, ma la stima potrebbe essere in difetto, coloro i quali vivono una situazione di povertà relativa (circa 800 euro al mese per non poterci fare nulla) e di povertà assoluta (circa 500 euro al mese per farci ancora meno). Queste persone non necessariamente popolano le periferie delle metropoli, le possiamo trovare anche vicino a noi, spesso cercano di mascherare il loro stato di disagio, tendono a non parlarne per pudore, per dignità, per amore dei figli per mantenere i quali talvolta si privano anche del necessario. Secondo l’ Eurispes nel “Rapporto Italia 2011” addirittura l’80% dei padri separati non riesce ad arrivare a fine mese. Sono in aumento coloro che hanno difficoltà pagare il mutuo, che sono insolventi verso le finanziarie e aumentano il loro indebitamento. Un quadro francamente da brivido che vede in questa primissima parte dell’anno un quadro già peggiore di quello appena passato. Di grande interesse è l’analisi fatta dal Presidente Eurispes Gian Maria Fara secondo il quale “Abbiamo sempre rifiutato di attribuire alla sola classe politica la responsabilità di tutti i nostri mali perché questa rappresenta solo una parte della classe dirigente. Noi preferiamo riferirci ad una “classe dirigente generale” della quale fanno parte con ruoli e responsabilità tutti coloro che sono in grado, per le funzioni che esercitano, per il senso che possono affidare al loro impegno, per l’esempio che possono trasferire alla società, di esercitare un ruolo, anche pedagogico, di guida e di orientamento. Questa “classe dirigente generale” deve ri-costituirsi in una vera e propria grande “agenzia di senso” e ri-prendere in mano il destino e il futuro dell’Italia. La nostra classe dirigente attuale, a differenza di quanto accade in altri paesi, non è né coesa né solidale. Possiede una grande consapevolezza di sé e nessuna consapevolezza dei problemi generali. Non è mai riuscita a costituirsi in élite responsabile. È più semplicemente il frutto della tradizione feudale che connota ancora il nostro Paese. La sua fragilità e la sua pochezza derivano dai meccanismi ereditari o di “cooptazione benevola” che ne hanno segnato i percorsi nel corso degli anni. Rari sono i casi che hanno visto premiato il merito, l’applicazione, le capacità. Si stenta ad ammettere – prosegue Fara – che il modello di sviluppo realizzato in Italia nel dopoguerra, dopo aver prodotto risultati straordinari, si è semplicemente esaurito perché si sono modificate tutte le ragioni dello scambio sui mercati internazionali. Il modello italiano era una variante originale ed autoctona del capitalismo occidentale, genialmente adattato alla realtà di un Paese che non possedeva una ricchezza economica e che è del tutto sprovvisto di materie prime. Ora, dal momento che questo vecchio sistema non regge più, partendo da una indispensabile operazione verità, bisogna pensare ad una nuova prospettiva.”
Andrea Falciani









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