I violenti di oggi erano figli di ieri. – Davide Caputo
In questi giorni in cui la società alza — giustamente e con forza — la voce contro la violenza sulle donne, resta un silenzio assordante: quello sugli uomini che soffrono. Chi difende chi non è un carnefice, ma viene marchiato come tale solo per il fatto di essere uomo?
I violenti di oggi erano figli di ieri. E quei figli avevano anche una madre. Una madre che oggi invoca talvolta strillando l’educazione sesso-emotiva a scuola, dopo non essere riuscita, forse, a trasmetterla in casa. Ci sono donne, e una certa parte del femminismo più ideologico, che gridano contro gli uomini dimenticando di averli educati loro. Chiedono tutela col patriarcato, però pretendono che tutti paghino solo per il genere. Donne che si lamentano della mancanza di educazione dei figli maschi partendo dal presupposto che le figlie femmine, future od attuali donne, siano immacolate e vittime a prescindere.
Viviamo in un’epoca in cui la cronaca e la politica parlano un linguaggio a senso unico: la donna è vittima, l’uomo è colpevole. Ogni notizia segue lo stesso copione: “lui uccide, lei subisce”. Quando i ruoli si invertono, invece, i titoli diventano cauti, le parole cambiano, la pietà si sposta.
Si discute di una legge che prevede l’ergastolo per il femminicidio. Una pena esemplare, giusta nella gravità, ma che non trova pari quando la vittima è un uomo. Se una donna uccide il compagno, la pena è diversa. Se un padre si suicida dopo essere stato distrutto da accuse false, non c’è indignazione nazionale.
Ma una legge che differenzia la pena in base al sesso della vittima non è giustizia: è ideologia travestita da tutela… è ipocrisia pura.
Così si creano vittime di serie A e vittime di serie B, come se la vita avesse un peso diverso in base al sesso.
Persino di fronte agli infanticidi — in Italia dal 2000 a oggi sono stati registrati oltre cinquecento figli uccisi da un genitore — la narrazione mostra le sue crepe.
L’ultimo caso, a Muggia nel novembre 2025, dove una madre ha ucciso il figlio di 9 anni, è stato raccontato con toni di compassione, quasi di comprensione.
Così come quello di Monia Bortolotti, che ha evitato la condanna per l’uccisione dei suoi due neonati, risultando “non imputabile” ma solo “socialmente pericolosa”. La cronaca tace!!!
Quando la vittima è un bambino e il carnefice è una donna, la cronaca diventa morbida, pietosa, comprensiva. Se invece il carnefice è un uomo, la condanna è immediata, feroce, senza attenuanti.
E questa disparità non è solo nei titoli dei giornali: è nella percezione collettiva, nelle leggi, nei tribunali, nei dibattiti politici.
Se da una parte nessuno può negare la gravità della violenza contro le donne — e la maggior parte degli uomini la riconosce, la condanna e si mostra solidale — dall’altra emerge una domanda scomoda:
perché una larga parte della società, e molte donne, rifiutano perfino di ammettere che esista anche la violenza delle donne contro gli uomini?
Perché arrivare a negare, o addirittura a chiedere la chiusura dei centri antiviolenza dedicati agli uomini?
Forse, provocatoriamente, il vero problema non è il patriarcato, ma la sua strumentalizzazione.
Perché, alla fine, la maggior parte degli uomini è più moderata, benpensante, rispettosa e solidale di quanto si voglia far credere.
E mentre molti uomini cercano soluzioni, dialogo e rispetto reciproco, una parte del mondo femminile più radicale sembra voler trasformare ogni confronto in scontro, ogni differenza in colpa, ogni difficoltà in prova d’accusa contro la totalità degli uomini.
Così, più che combattere la violenza, si alimenta un conflitto ideologico che divide e non guarisce.
Allo stesso tempo, c’è un’altra forma di violenza: quella contro i padri separati.
Uomini esclusi dalla vita dei figli, vittime di accuse infondate, di ricatti, di false denunce che sfruttano il Codice Rosso come arma giudiziaria per allontanarli dai bambini.
Padri che perdono tutto: i figli, la casa, la dignità, e infine se stessi.
Ogni anno, secondo diverse associazioni, si stimano fino a duecento suicidi tra padri separati privati dei figli e ridotti sul lastrico. Numeri che non trovano spazio nei telegiornali, né nei discorsi politici. Nessun hashtag, nessuna giornata mondiale, nessun “mai più”, nessun dato Istat.
Eppure sono vittime. Vittime di un sistema che li isola, li accusa, li schiaccia.
Ci sono anche casi di ragazzi finiti in carcere per accuse di stupro poi rivelatesi inventate. L’ultimo, a Palermo: una giovane ha ammesso di aver mentito, rovinando la vita di chi era innocente.
Ma anche qui, il sistema reagisce con cautela, la cronaca tace in fretta, e la pietà si sposta altrove.
Allora a questo punto dobbiamo fare una riflessione: abbiamo fallito e stiamo perseverando nel fallimento.
Probabilmente, per risolvere un grave problema, ne stiamo nascondendo molti altri altrettanto gravi.
Forse non dobbiamo educare solo i maschi. Forse non dobbiamo fare differenze di genere.
Forse dobbiamo fermarci a ragionare con buon senso e con inclusività.
Questa narrazione unilaterale crea una frattura pericolosa.
L’uomo, nella cronaca, è carnefice anche quando è vittima.
La donna è vittima anche quando distrugge.
Non si può combattere la violenza dividendo il dolore per genere. La violenza non ha volto unico. Il male non è maschile né femminile: è umano.
E finché continueremo a giustificare alcune atrocità e ad amplificarne altre, finché continueremo a compatire solo chi rientra nel copione mediatico, non sconfiggeremo la violenza: la renderemo solo più ipocrita.
Pretendo che si parli di tutte le vittime — davvero tutte.
Di chi muore, di chi viene escluso, di chi viene accusato ingiustamente, di chi perde i figli, di chi non ce la fa più.
Perché il dolore non ha genere.
La sofferenza non ha genere.
E la morte, quando arriva, non dovrebbe avere genere.
Perché la verità non ha sesso. Solo dolore, solo umanità.
Solo riconoscendo il dolore di entrambi potremo davvero costruire una cultura della pace, del rispetto e dell’amore reciproco.
Davide Caputo

