La psicogenealogia può dare una mano

Non è solo una questione di alienazione o manipolazione, non lo è primariamente. Quindi se ne può uscire riducendo i danni.
A cosa mi riferisco? Alla causa radice ed al particolare impegno a cui è chiamata l’attuale generazione genitoriale, almeno in Italia ritengo.
La psicogenealogia è una branca scientifica (se così si può definire) molto interessante, perché si sofferma sul concetto di “memoria transgenerazionale, che è il fenomeno (fonte Google) attraverso cui esperienze, traumi e comportamenti dei nostri antenati influenzano le generazioni successive, sia a livello psicologico che biologico.”
Riflettendo direi che i primi adulti in seria difficoltà, da poco o da qualche anno, nel nostro ruolo genitoriale siamo noi. Gli adulti centrali, sotto pressione emotiva. Queste difficoltà probabilmente vi hanno già portati sulla strada giusta, ad interrogarvi e cercare aiuto, se mi state leggendo sul sito di Papà Separati Liguria, e sono una mamma. Il genere (maschile o femminile) non c’entra, perché è una questione complessa di personalità, forse addirittura di umanità.
Abbiamo inevitabilmente coinvolto altri attori adulti (genitori e/o non) nel ruolo tecnico professionale (es. avvocati, psicologi, neuropsichiatri, si spera non agenti di pubblica sicurezza ma può anche succedere, ecc… fino ai magistrati che vi hanno separati dovendo decidere sul collocamento dei figli, nel loro superiore interesse), perché così prevede la Legge, non perché la questione non si sia gestita più riservatamente in ambito familiare, con appoggi emotivi laterali (rispetto ai figli), preferenze soggettive, bias cognitivi. Semplicemente perché la famiglia non c’entra, non si può evitare il tribunale per tutelare i figli (anche in caso di unioni civili o coppie di fatto, se c’è conflitto). Se la controparte dovesse chiedervi di ricorrere ad un solo Avvocato, io personalmente credo di aver fatto bene a rifiutare (scusate l’inciso).
Ma in realtà la famiglia c’entra eccome, per la memoria transgenerazionale. Però rifraserei in: è un fenomeno attraverso cui esperienze, traumi e comportamenti dei nostri antenati influenzano noi, e questi traumi che non riusciamo ancora a guarire (in sottrazione all’ultimo lutto della separazione coniugale, non in addizione) influenzano loro, i ragazzi. Potremmo sfruttare questa occasione della vita (dolorosa, conflittuale, forte…) per lavorare su noi stessi ed evitare, da oggi in avanti, col nostro comportamento, di generare malessere potenzialmente traumatico a sua volta sulla generazione successiva, i nostri cari piccoli figli.
Semplicemente, ho imparato: devo guarire il mio bambino interiore perché se sto calmo, parlo dolcemente, non reagisco immediatamente, respiro, si sta sfogando anche lei/lui come altro adulto dopo una faticosa giornata in contesto relazionale esterno, rispondo con calma, non mi vergogno di avere ogni tanto reazioni emotive puerili che potrebbero essere giudicate aggressive, o non virili, o non perfette (è solo una mia percezione, il gesto in realtà non piace al mio bambino interiore, non a lei), ci lavoro ogni volta, senza senso di colpa, per evitare che ricapiti di deludere il mio bambino interiore. Anche tra me e me, non solo davanti al compagno o ai figli, mantengo il buonumore perché non voglio fantasmi nella cripta nella mia famiglia, che è quella che ho creato, non quella di origine.

Vi riporto quindi la metafora del fantasma nella cripta. Il passato non si cambia, la chiave è nell’essere sinceri per condividere il dolore tra adulti, senza riversarlo sui più deboli (i piccoli o grandi minori) nel “fare finta di niente”, storditi da vecchi traumi (che solo nella nostra evoluzione troveranno cura) nonchè dalle parole di avvocati e assistenti sociali, che da esterni a volte speculano sul protrarsi nel tempo di reciproche recriminazioni, potenzialmente infinite (e nel frattempo i figli crescono… quale scenario più morbido di questo?). Fate la pace voi due, è l’ultima cosa che si aspettano gli altri adulti (perché non è semplice) ma è il primo sogno di ogni bambino e bambina del mondo.

Il concetto di fantasma nella cripta nasce dal lavoro congiunto di Maria Torok e Nicholas Abraham, due psicoanalisti ungheresi-francesi che hanno dedicato gran parte delle loro ricerche all’analisi delle dinamiche familiari profonde e invisibili. Il loro contributo più noto riguarda proprio l’idea che esperienze non dette, eventi impattanti o segreti taciuti possano sopravvivere silenziosamente nelle generazioni successive, manifestandosi in forme sottili ma incisive nella vita dei discendenti.
Il fantasma non è un’entità reale, ma una presenza simbolica, un’eredità emotiva non metabolizzata, che si nasconde nell’inconscio familiare e attende di essere riconosciuta.
Secondo Torok e Abraham, ciò che non viene elaborato si trasmette. Ma non lo fa attraverso la memoria consapevole o il racconto esplicito. Al contrario, agisce come una presenza muta, che si insinua nei comportamenti, nei sogni, nei sintomi fisici, nelle difficoltà relazionali o nei sentimenti inspiegabili che talvolta ci attraversano senza un’origine apparente.

Questo fantasma prende forma quando un evento significativo – come un lutto vissuto nel silenzio, una separazione dolorosa mai raccontata, una vergogna familiare nascosta – viene chiuso nella “cripta” interiore di un individuo. Chi ha vissuto quell’evento può non averne mai parlato, magari per proteggere qualcuno, per paura del giudizio o per un senso di colpa difficile da affrontare. Ma quel contenuto non espresso non sparisce: resta lì, compresso, pronto a riemergere in un discendente inconsapevole.
La “cripta” è una metafora potente: un luogo interno dove vengono sepolte le emozioni che non trovano parola, un sepolcro interiore in cui viene rinchiusa la sofferenza. Chi crea questa cripta non sempre lo fa con intenzione: talvolta è una risposta spontanea al dolore, un modo per proteggersi o per garantire la coesione familiare. Ma ciò che viene sepolto non smette di agire, in alcuni casi prosegue come segreto di famiglia. E, come spesso accade nelle famiglie, il compito di dare voce a ciò che è stato messo a tacere può ricadere su chi viene dopo.

Questo processo rende evidente l’importanza di una narrazione familiare che non censuri, che non abbia paura di dare dignità anche agli eventi più scomodi. La memoria, quando è condivisa, permette alla storia di trasformarsi. Quando invece resta celata, può diventare un fardello.

Laura

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