Uno sguardo al Paese dei ciliegi in fiore

Se pensiamo che l’Italia, con la cosiddetta “macchina dei Servizi Sociali” e dei Tribunali, sia il peggior esempio di Paese civile democratico in cui la mancata gestione preventiva della conflittualità genitoriale in separazione genera dolorosi impatti sui figli condivisi, forse ci sbagliamo. In Giappone l’alienazione parentale è un problema molto attuale, oltre 150 mila bambini risulterebbero allontanati da uno dei genitori ogni anno.
I tre figli di Michele Dall’Arno, professore italiano di fisica quantistica, sono tra i tre milioni di bambini complessivamente rapiti e trafficati dal Giappone, secondo i dati raccolti dal 2010 dall’associazione Kizuna Child-Parent Reunion.
“Nel 2012”, racconta Michele in un video su Facebook, “mi sono trasferito in Giappone per lavoro e successivamente ho sposato una donna giapponese, con cui ho avuto tre figli. Il 31 ottobre 2025, tornando dal lavoro, ho trovato la nostra casa vuota: nessuna traccia di mia moglie né dei miei figli. Anche la nostra auto era sparita e il conto in banca era quasi vuoto.
In Giappone, il rapimento di minori da parte dei genitori non è un crimine: qualsiasi genitore può rapire i propri figli, in qualsiasi momento e senza dover rispondere delle proprie azioni, interrompendo così qualsiasi contatto tra loro e l’altro genitore.”
Il sistema giapponese di custodia unica, che attribuiva fino al 2024 la custodia esclusiva al genitore che avesse il possesso fisico del bambino al momento della separazione, ha portato a una situazione in cui molti genitori, in particolare stranieri, non hanno potuto mantenere la loro identità e la loro vita con i loro figli. Questo sistema ha anche portato a una serie di casi di alienazione parentale, dove un genitore poteva scappare liberamente con i figli, lasciando l’altro genitore senza alcun diritto genitoriale.
La modifica della legge sulla custodia unica in Giappone ha portato a una significativa (e necessaria, pur se tardiva) modifica nel sistema legale. Ma fino ad oggi, nel paese nipponico l’autorità genitoriale era attribuita esclusivamente a uno dei genitori, in particolare alla madre, e questo sistema ha portato a situazioni di sottrazione parentale, causando anche tensioni diplomatiche internazionali. La nuova legge, attuata nel 2024, consente ai genitori di decidere di comune accordo tra affido esclusivo o condiviso, e solo in caso di controversie, i giudici interverranno. La riforma può essere applicata anche retroattivamente, consentendo ai genitori già divorziati di richiedere una revisione delle condizioni di affidamento, ma noi che da Italiani ci siamo passati sappiamo quanto possa essere troppo tardi per una sana, gioiosa e costruttiva relazione genitore-figli, dopo il trauma dello sradicamento ed anni di ergastolo affettivo per i figli ed il loro genitore negato.
L’alienazione parentale esiste quindi, concretamente. Fisicamente, non solo emotivamente. Possiamo chiamarla come vogliamo, ma non è una sindrome, è un fenomeno.
Secondo le stime, dal 1991 in Giappone oltre 3 milioni di minori sono stati vittima di alienazione parentale. Ogni anno circa 150 mila bambini vengono (forse venivano, data la riforma?) rapiti da un genitore. Due divorzi su tre iniziano con parental child abduction. Quello che nel resto del mondo (o almeno nella maggior parte) è un sequestro di persona, in Giappone è stato per anni considerato un atto legale. Se un genitore scappava (non scappa, potremmo forse dire a valle della recente riforma) con i propri figli all’insaputa dell’altro, aveva diritto a mantenerli con sé e a far perdere le proprie tracce.
Tornando alle parole di papà Michele: “Proprio così. Avevi una famiglia, e un giorno torni a casa e non ce l’hai più. Chiami la polizia, non serve, non faranno niente, perché il reato non sussiste. Sei solo in un paese di oltre 123 milioni di abitanti, e la sensazione che qualsiasi sforzo sia vano è piuttosto realista.
Col tempo, gli avvocati divorzisti giapponesi hanno imparato a sfruttare questo vuoto legale. Cacciano prede tra genitori fragili e li guidano nel rapimento dei propri figli, per estorcere denaro al genitore rimasto. Il politico Yasuyuki Watanabe definisce tale traffico di bambini istituzionalizzato come “l’attività più redditizia con il minimo sforzo” per gli avvocati giapponesi. Le autorità sono complici. I tribunali evitano qualsiasi coinvolgimento e accettano semplicemente lo status quo creato dal genitore che ha rapito. La polizia arresta e detiene fino a 20 giorni senza accuse quei genitori che cercano i loro figli rapiti, in una ben documentata violazione dei diritti umani nota come “giustizia ostaggio”. Come per molti genitori rimasti prima di me, e in assenza di qualsiasi procedimento legale, l’azione unilaterale del mio coniuge ha trasformato i miei figli, di 7, 5 e 3 anni, in orfani di padre.”
Alcuni potrebbero essere convinti che la resiliente reazione ad un dolore così profondo ed innaturale come la perdita di un legame genitoriale (e viceversa filiare) possa migliorare le performance in età adulta, più dell’”ovatta protettiva” rappresentata dall’amore di una mamma o di un bravo papà. Anche se fosse, tutto questo rappresenta una seria violazione dei Diritti Umani delle persone, piccole e grandi, coinvolte. Perché non è vero che il fine giustifichi i mezzi, se il fine non è etico i mezzi diventano violenti e quindi inaccettabili.
Laura

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